Dichiarare le proprie debolezze è un segno di forza

 

Spesso per apparire più forti e sicuri alcune persone tendono a nascondere le loro fragilità e debolezze.

In realtà le nostre sicurezze maturano e prendono vita dai lati più vulnerabili del nostro carattere.

Mostrare anche questi aspetti della nostra persona è un segno di forza. Nasconderli equivale ad alimentare le nostre insicurezze.

Un piccolo Flash sulla Plasticità del Cervello

 

Un piccolo flash sulla Plasticità del Cervello.
Oramai è da anni che la ricerca ha messo in evidenza la plasticità del nostro cervello.

Per plasticità si intende la capacità del nostro cervello di adattarsi alle nuove informazioni provenienti dall’ambiente.

Questo è possibile grazie alla formazione di nuove connessioni fra i nostri neuroni. Questi collegamenti vengono chiamati: sinapsi.

Ogni nuova informazione, dunque, che sia una formula matematica, un pensiero, un’idea, ecc., crea nuovi collegamenti sinaptici all’interno dei quali rimane intrecciata e ricordata.

Si è scoperto che la plasticità non è presente solo in giovane età ma viene mantenuta dal cervello per tutta la vita.

Plasticità ed elasticità, inoltre, vanno a braccetto.
Se il nostro cervello viene stimolato quotidianamente attraverso l’apprendimento di nuove informazioni ecco che la nostra mente diventa più “elastica”.

Leggere, informarsi, studiare fa bene al nostro cervello. Ci consente di avere una visione più ampia delle cose ed è dimostrato che ci allunga la vita.

Ma leggere o studiare non ci deve far paura. Non significa che dobbiamo per forza di cose iscriverci ad una scuola o all’università.
Leggere e studiare lo si può fare anche da autodidatti attraverso libri e la rete aggiornandosi quotidianamente sugli argomenti che ci stanno più a cuore.

Ecco perché lavorare o studiare non deve essere mai una scelta. Occorre fare entrambi.

Si può decidere di lavorare interrompendo gli studi ma mai l’apprendimento. 
Quest’ultimo è fondamentale per lo sviluppo della nostra mente e per quanto possibile occorre che lo si porti avanti per tutta la nostra vita.

Un piccolo Flash sulla Psicochirurgia

 

Un piccolo Flash sulla Psicochirurgia.
Forse non tutti sanno che a metà del secolo scorso per curare ansia, depressione e sbalzi d’umore, ad alcuni pazienti, veniva praticata L’asportazione di una frazione dei lobi frontali del cervello.

Una sorta di psicochirurgia per intervenire con il bisturi sulle emozioni e i sentimenti dei “malati”.

Il pioniere di questo “ingegnoso” metodo fu il medico portoghese Egas Moniz che, nel 1949, vinse il premio Nobel per la medicina, proprio grazie agli studi condotti sulle tecniche di asportazione dei lobi prefrontali.

L’idea di utilizzare la psicochirurgia, sui suoi pazienti dell’ospedale psichiatrico di Lisbona, gli venne in mente dopo che alcuni ricercatori, attraverso l’asportazione di pezzetti di lobo frontale, riuscivano a far smettere di saltare alcuni scimpanzé da laboratorio.

Il metodo di Moniz fu ritenuto di grande successo e portato in America da un certo Walter Freeman, neurologo della George Washington University.

Quest’ultimo perfezionò il metodo utilizzando uno scalpello (vedi foto) con cui praticava un’incisione all’altezza degli occhi del paziente per accedere ai lobi frontali, mentre allo stesso tempo veniva tramortito con scosse elettriche per anestetizzarlo.

Si calcola che gli interventi eseguiti dal dottor Freeman con questa tecnica furono migliaia. 
I pazienti trattati non erano soltanto depressi o ansiosi, ma anche persone con semplici disturbi di natura comportamentale.

Un caso famoso di psicochirurgia fu quello di Rosemary Kennedy, sorella di John e di Bob Kennedy.

Rosemary era una ragazza molto vivace con un lieve ritardo mentale che le causava qualche difficoltà a scuola. La sua condotta sessuale, inoltre, giudicata un po’ troppo libera e disinvolta per quei tempi, preoccupava il padre, Joseph Kennedy.

Joseph Kennedy temeva ripercussioni negative per la carriera politica che prospettava per i suoi due figli maschi.

Per questo motivo, nel 1941, all’insaputa della moglie, decise di far sottoporre la ragazza a lobotomia.

L’operazione per il padre riuscì perfettamente: Rosemary da quel giorno perse ogni capacità di agire in maniera autonoma. Venne rinchiusa in un istituto per disabili mentali, dove rimase praticamente fino alla morte, avvenuta all’età di 86 anni.

La psicochirurgia non portò molta fortuna ai suoi entusiasti sostenitori.

Moniz venne colpito da una fucilata sparata da un suo paziente che lo costrinse a vivere su una sedia a rotelle.

A Freeman venne revocata la licenza di operare dopo la morte di una paziente colpita troppo pesantemente dallo scalpello del chirurgo.

Per fortuna oggi la psicochirurgia è superata.

Un piccolo Flash sull’Autismo

 

Il termine Autismo è stato coniato dallo psichiatra svizzero Bleuler ed indica una molteplicità di condizioni patologiche del neuro-sviluppo.

Nell’ultima edizione del DSM 5 (il manuale dei disturbi mentali) si parla di “disturbo dello spettro autistico” per raggruppare tutti quei disturbi che in precedenza erano classificati come varie forme di autismo.

I segni principali presentati riguardano deficit persistenti nella comunicazione e nell’intestazione sociale.

Negli ultimi anni il disturbo è cresciuto esponenzialmente: 1 ogni 68 bambini. 
I maschi sono colpiti 4 volte di più rispetto alle femmine.

Certamente c’è stato un affinamento della diagnosi ma recenti studi documentano molteplici fattori di rischio nelle prime fasi di vita a partire da quella uterina: Inquinamento da metalli nell’ambiente; infiammazioni materne durante la gravidanza prodotte da infezioni virali, autoimmunità, allergie, stress, ecc.

Recenti studi sottolineano un aumento del rischio di autismo in bambini nati da parti indotti da stimolazione con ossitocina (sostanza che da molti anni viene utilizzata per facilitare la dilatazione uterina in corso di Travaglio).

I risultati degli studi sono allarmanti ma suggeriscono in modo chiaro che occorre lavorare sulla limitazione all’esposizione ai rischi che ad oggi la ricerca ha messo in evidenza.

Desiderio e obiettivo

 

Desiderare un obiettivo non costa nulla. Raggiungerlo si. 
Ogni cosa ha il suo prezzo, che sia tempo da dedicare, fatica da “dissipare” o rinunce da attuare, non importa. 
Se desideriamo veramente raggiungere un obiettivo occorre che il suo prezzo venga pagato.

Abbracciarsi

 

Abbracciarsi è una delle cose più belle.
Un abbraccio è amore, felicità, protezione.
Non è un caso che abbracciandoci istintivamente andiamo a proteggere le parti più delicate della persona che amiamo.
Un abbraccio ci fa star bene, ci regala serenità, gioia e buon umore. 
È per questo motivo che dovremmo cominciare ad abbracciarci più spesso. 

Un sogno

 

Un sogno.
Per realizzarlo occorre un progetto.
Eppure la parola sogno ci porta fuori strada. Si perché nella dimensione dei sogni tutto si avvera, tutto è permesso, senza nessun intervento. Ma nella realtà non è così. 
Dietro ad ogni sogno che si realizza ci sta sempre un progetto. Ed un progetto ha bisogno di obiettivi ed azioni. Detta così sembra che progettare la propria vita privi quest’ultima di tutta la sua naturalezza. Ma non è cosi. Perché? 
Perché se non sarai tu a progettare la tua vita, qualcun altro lo farà per te. 

Identità

 

Ricercare la propria identità al di fuori di noi può condurci all’infelicità.
Riconoscere se stessi con gli accessori e gli stereotipi dettati dalla società in “evoluzione” ci spinge a costruire una identità allargata, guidata da un progresso che non sempre è in linea con il nostro benessere. 
Se ricerchiamo o costruiamo la nostra identità attraverso queste variabili ci sentiremo sempre inadeguati.
È per questo che la nostra identità è da ricercare dentro di noi, nel profondodella nostra essenza. 
Occorre sentirsi se stessi per ciò che veramente siamo e non per ciò che dobbiamo essere per gli altri. 
Solo in questo modo potremo utilizzare il progresso e scegliere il nostro posto all’interno della nostra società.

Emozioni positive e negative

 

Spesso in psicologia si parla di emozioni positive ed emozioni negative. In realtà è errato fare questa distinzione.
Le emozioni sono tutte positive perché da un punto di vista evoluzionistico tutte quante hanno un loro preciso scopo.
La distinzione corretta invece è suddividere le emozioni in piacevoli e spiacevoli. Entrambe le categorie possono essere considerate positive perché hanno l’obiettivo comune di guidarci all’interno della nostra esistenza.