Rimozione e sintomo

 

Perché alcune persone non ricordano il trauma subito?

Di fronte ad un trauma (immaginiamo ad una violenza sessuale), il nostro inconscio rimuove dalla coscienza l’evento subito.

Lo fa per venirci in aiuto, per fare in modo che si possa andare avanti nella vita (e questo accade soprattutto nel periodo dell’infanzia).

Si pensi al disagio che una persona che ha subito violenza potrebbe vivere se ricordasse per filo e per segno la violenza vissuta: la sua vita sarebbe un inferno.

Il nostro inconscio dunque fa si che che l’evento venga rimosso dalla coscienza.

Ma la nostra mente inconscia non si limita solo a farci dimenticare il trauma: attraverso il sintomo ci permette di difenderci da ciò – e da chi – ci ha fatto del male.

Non è un caso se alcune donne che hanno subito violenza da bambine presentano odio e rifiuto (che non si spiegano coscientemente perché l’hanno rimosso) nei confronti di chi ha abusato di loro.

Non solo ma gli stessi sentimenti, per effetto alone, si estendono anche verso tutto il genere maschile.

Questa situazione spesso impedisce a queste donne di costruirsi una normale vita affettiva.

In questi casi per risolvere il problema è opportuno attraverso un intervento psicologico indagare su eventuali traumi rimossi (i sintomi possono aiutare il professionista a capire quali traumi possono essere stati vissuti) elaborandoli e fare in modo che l’effetto alone di cui si è parlato possa essere neutralizzato e dare così inizio ad una vita serena.

Siamo unici, non diversi!

 

Pensa un attimo se non ci fossero classificazioni dentro le quali rientrare.

Ognuno di noi sarebbe una persona unica con le proprie potenzialità, caratteristiche, risorse.

E invece fin dalla nascita veniamo incastrati all’interno di parametri che stabiliscono se siamo giusti o sbagliati.

Così ci troviamo ad essere belli o brutti, intelligenti o stupidì, brutti o belli, gay o etero, perdendo quell’essere unici che la natura ci ha donato.

Il gioco disegna il nostro futuro

 

Mi piace fare il papà. Chi mi conosce questo lo sa. A partire dai pannolini da cambiare, dalle pappe da preparare e dai vestitini da lavare (mansioni che ora mai non svolgo perché i miei figli sono grandi).

Mi piace anche dedicarmi ai lavori di casa: mettere in moto la lavatrice, fare la spesa, lavare i piatti, attaccare un bottone. Insomma tutto quello che è necessario fare per se stessi e per la famiglia.

Ma perché sto scrivendo questo?

Perché vorrei parlare di una cosa molto importante: il gioco.

Si perché è dal gioco e dai giocattoli che si impara a fare cose che poi da grandi ci verranno utili.

Eppure per i nostri piccoli a seconda che siano maschietti o femminucce scegliamo giocattoli differenti.

E lo facciamo perché esiste un condizionamento sociale delle resistenze e fattori culturali.

Starete pensando: certo Lino, è giusto così perché vedere un bambino che gioca con una bambola e fa girare una lavatrice giocattolo fa impressione.

Eppure quel bambino crescerà, diventerà un uomo e avrà dei figli da abbracciare, da accudire, da cambiare. Ma quello stesso uomo dovrà anche occuparsi di se stesso, della sua famiglia e di quell’elettrodomestico che per molti uomini è sconosciuto: la lavatrice.

Dove voglio arrivare con questo discorso?

Che giocare ci prepara al futuro, che i giochi non influenzano l’orientamento sessuale e che contribuiscono alla creazione dei ruoli che avremo e ci prenderemo da grandi.

Nei pomeriggi invernali quando ero piccolo mia madre mi insegnava a cucire, lavare i piatti, stirare. Eppure a quei tempi erano considerate mansioni femminili. Ma mia madre non aveva questo pregiudizio.
Tra l’altro mi veniva semplice farlo perché giocavo spesso con i giocattoli di mia sorella (fili, aghi, cucine giocattoli etc.)

Non so se amo fare il papà perché ho tenuto in braccio il cicciobello di mia sorella.
Ritengo però che la scelta dei giocattoli può cambiare il modo di vivere delle singole persone e di una società. E il gioco fa parte della struttura dell’educazione.

I ruoli che rivestiremo da grandi sono lo specchio dei ruoli in cui abbiamo giocato da piccoli.

L’ipnosi al di là della psicologia

 

C’è sempre un po’ di diffidenza verso l’ipnosi. Eppure i fondamenti di questo trattamento sono scientifici e nulla hanno a che vedere con il mondo magico.

Nel 1942 in Inghilterra un certo Ward, medico chirurgo, amputò una gamba ad un paziente utilizzando l’ipnosi come anestesia.
Dopo l’Intervento il paziente riferì di non aver sentito nessun dolore.

Ancora oggi l’ipnosi è utilizzata in sala operatoria come anestesia su pazienti allergici alle anestesie farmacologiche.

In campo odontoiatrico è utilizzata da tempo per estrazioni, impianti e piccoli interventi in assenza di dolore.

In ginecologia ed ostetricia per aiutare le mamme a partorire senza dolore e ansia.

In campo medico per la cura di cefalee, emicranie, articolazioni, dolori di natura neoplastica e nelle malattie autoimmuni.

Per sedare l’ansia e il dolore in esami diagnostici invasivi.

Nello sport è utilizzata a livello agonistico per aumentare la concentrazione e le prestazioni degli atleti.

Nel campo dell’apprendimento per potenziare le capacità mnestistiche.

Insomma l’idea dell’ipnosi delimitata al solo mondo della psicologia è cambiata.

I sintomi narrano lo stile di vita

 

Spesso dietro ad alcuni disturbi di natura psicologica si nascondono stili di vita non compatibili con la loro guarigione.

Si può lavorare sulla cancellazione temporanea dei sintomi ma se lo stile di vita non cambia i disturbi saranno sempre lì a farci compagnia.

Silenziare i sintomi è come tagliare le spie del cruscotto di un’automobile: se i freni non funzionano, tagliare le spie non servirà a far fermare la macchina.

L’importanza di un sorriso

 

Ricevere un sorriso trasforma la tua giornata.

Come la pioggia, lava via le cose più spiacevoli.

Come il vento, spazza via l’indifferenza e l’indisponenza di alcune persone.

E come il sole, illumina la tua vita.

Un semplice sorriso ha tutta questa forza e rende più piacevole la vita delle persone.

Avere la consapevolezza che donare un sorriso possa regalare gioia mi rende felice.

Ecco perché sorrido 😀

La morte nel cuore

 

Non sempre la morte arriva quando la vita finisce.
Si può essere vivi ed avere la morte dentro.

Spesso incontro persone che vivono questa situazione. Non perché sono poco resilienti ma perché il destino con loro è stato infausto.

In questi casi non mi prendo cura solo della loro mente ma, soprattutto, della loro anima. Perché è lì che il dolore ha tracciato la ferita.

Oltre le apparenze

 

Spesso nel mio lavoro di psicologo mi trovo di fronte a storie impressionanti, piene di dolore.

Ferite profonde che segnano ogni parte della persona.

Cicatrici indelebili che demoliscono, non solo la mente e il corpo, ma anche l’anima di chi è stato chiamato a quel destino.

Eppure, di fronte a strazianti sofferenze, alcuni soggetti riescono a non far intravedere nulla del loro vissuto.

Ed è proprio per questo che si scopre quanto sia importante non giudicare dalle apparenze.

Si, perché dietro ad una suddetta superficialità possono nascondersi le più immense e devastanti ferite che un essere umano è in grado di sopportare.

Il Dolore dell’Anima

 

Siamo abituati a pensare al dolore come ad una sensazione spiacevole legata al nostro corpo.

Ma esiste un dolore che va al di là delle ferite fisiche.

Un dolore che non è citato in nessun manuale di psicologia o di medicina, perché nessun sintomo può descriverlo.

Il dolore di cui parlo appartiene alla nostra anima.

Questo dolore sa distruttici, devastarci e spezzarci più di ogni danno corporeo.

Non c’è cura farmacologica: le sue ferite non possono essere guarite da formule chimiche.

È un dolore che va ascoltato, rispettato ed accettato. Ma ha bisogno di tempo, amore e una profonda ricerca di noi stessi.

È solo in questo modo che la nostra anima potrà guarire.

Disturbo Mentale o Società Disturbata?

 

A volte alcuni sintomi di natura ansiosa sono strettamente legati a modelli e stili di vita della persona che ne soffre.

In questo caso siamo di fronte a sintomi che difficilmente possono essere curati con semplici tecniche o trattamenti terapeutici.

Occorre mettere in atto un lavoro differente: un processo di trasformazione e di consapevolezza della persona affetta, compatibili con la sua personalità e storia di vita.

Si perché non sempre i modelli di vita in cui ci troviamo incastrati sono scelti da noi.

Sono il risultato degli stretti e complicati ingranaggi sociali creati dall’uomo stesso e sul quale si riversano.

È per questo che i sintomi di cui parlo non li considero come la conseguenza di un disturbo mentale ma come il risultato di una società disturbata.